Riprendiamoci il nostro corpo

Nelle ultime settimane, la mia osservazione e attenzione si sono riversate, in parte a causa di alcuni articoli in cui mi sono imbattuta che riguardavano il Body Positivity, in parte a seguito delle infinite polemiche su Armine Harutyunyan, modella armena scelta da Alessandro Michele, ‘capomastro’ della casa di moda di Gucci, sul corpo femminile, sulla bellezza, sui canoni di bellezza fino ad oggi a noi imposti dalla società dell’immagine e dalla moda e su come questi canoni vengono a noi veicolati, in modo che ci ritroviamo a sposarli e considerarli come ‘giusti e corretti’ in toto, perdendo più o meno inconsapevolmente, il nostro diritto ad avere un gusto, una unicità, un pensiero su cosa sia la bellezza e cosa non lo sia per noi e di conseguenza a poco a poco, anche la libertà di essere qualcuno di diverso rispetto a ciò che la manipolazione dei media e del liberismo imperante cercano di propinarci, onde renderci sempre meno persone e sempre più solamente consumatori. 

La mia riflessione abbraccia, quindi, diversi punti di vista anche se è partita da spunti precisi, perché il mio obiettivo non è né dire che Armine sia bella o brutta, né sposare il Movimento Body Positivity come risposta univoca e utile a una trasformazione del pensiero sul corpo femminile. 

Voglio semplicemente partire da queste istanze che mi si sono offerte su un piatto d’argento, per esprimere un pensiero che timidamente vorrebbe essere una riflessione sullo spazio molto importante quanto spesso sottovalutato dalle donne stesse, che occupa il corpo delle donne, all’interno della rivoluzione per i nostri diritti. 

Naturalmente, non ha l’ambizione di essere un articolo esaustivo, perché credo non basterebbero migliaia di pagine per scrivere su questo argomento. Vuole soltanto essere una puntura d’ape per chi ingenuamente crede che tutte queste istanze legate al corpo femminile siano semplicemente asettiche operazioni di marketing e non abbiano invece qualcosa di molto più profondo da cogliere, rispetto ai tempi che viviamo e rispetto a un ‘ brainstorming’ collettivo per capire dove stiamo andando circa la riappropriazione da parte delle donne del loro/nostro corpo. 

“Abbi buona cura del tuo corpo. E’ l’unico posto in cui devi vivere”

(Jim Rohn)

“Non usare il tuo corpo per attirare attenzioni, troverai solo persone disposte ad usarlo. Ricopriti di aculei e toglili solo a chi ti vuole per quello che sei dentro non per il tuo corpo.”

( Muriel Barbery)

Per body positivity si intende quel movimento nato per celebrare quei corpi che secondo la mentalità comune e appunto i canoni considerati ‘normali’, sono differenti. Si tratta di una istanza che vuole affrontare positivamente il messaggio del corpo per favorire una migliore accettazione di sé, quella accettazione spesso compromessa da criteri molto restrittivi circa la normalità e la bellezza. Se avete piacere, potete approfondire con i link seguenti più specifici l’argomento. 

Non mancano in proposito anche opinioni irriverenti che rilevano nel body positivity anche elementi di contraddizione a dimostrazione che il dibattimento sulla corporeità femminile è profondamente acceso e molto più complesso di quanto non possa sembrare. 

Cosa è il body positivity

A proposito di body positivity

Contraddizioni e critiche al body positivity

Indipendentemente da come la si pensi sul concetto di Body Positivity, è innegabile che per una donna la percezione e l’accettazione riguardo al proprio corpo risulta spesso essere un aspetto importante – quando non fondamentale – della propria autostima e della propria sensazione di benessere. Non è necessario dover arrivare al disturbo alimentare per capire l’importanza del corpo per una donna, è sufficiente avere coscienza di quanto siano importanti estetica e cura del proprio corpo nella nostra società. 

Parallelamente a questa ‘cultura del corpo’ ( o incultura a seconda delle opinioni) instaurata dalla società dell’immagine dove sei bella se rientri in certi ‘standard’ e non lo sei qualora ti discosti, si è affermato soprattutto negli ultimi decenni nei confronti di chi non rispetta questi canoni un atteggiamento sociale di profonda ‘ non accettazione’, di rigetto che sfocia poi negli estremi al bullismo e al body shaming. 

Un atteggiamento sociale che si è verificato talvolta perfino nei confronti di donne insospettabili come ad esempio Vanessa Incontrada, nel periodo successivo alla gravidanza e questo per rimarcare quanto il giudizio sul corpo possa essere feroce e del tutto ingiustificato, frutto di un modo di vedere il corpo che lo rappresenta innanzitutto come       ‘oggetto’ e non come soggetto e secondo canoni rigidissimi e del tutto irrazionali. 

Testimonianza V. Incontrada

Eppure, l’arte mostra da secoli quanto quella bellezza e quella corporeità che dai canoni estetici potrebbe essere definita imperfezione possa essere meravigliosa ed è proprio nella rappresentazione di donne normali che molti pittori hanno creato autentiche icone di bellezza. La stessa Venere del Botticelli o del Tiziano, così come dipinti un pò più sconosciuti come la Bagnante di Renoir ( Renoir)

Quanto accaduto in questi giorni nel dibattito sulla bellezza o bruttezza di Armine non ha fatto altro che dimostrare quanto sia confuso e spesso dissociato il concetto di bellezza e quanto siano troppo spesso le donne stesse ad essere chiuse a ciò che è diverso da quello che viene costantemente riconosciuto come bello dall’opinione di massa. 

Trovo sia molto difficile portare avanti una idea di ‘liberazione delle donne’ se sono le donne stesse ad essere prigioniere di questi canoni senza accorgersi. E attenzione che non parlo di gusto. Il gusto è personale e ciò che è bello per me può essere brutto per te. 

Parlo di quell’atteggiamento diffuso che vuole imporre come bello unicamente ciò che è ritenuto bello dal soggetto che lo afferma, finendo per imporre come bellezza esattamente ciò che le donne dicono poi di rifuggire come canone indiscusso. 

Viene proprio da domandare a noi donne se siamo libere, perché se siamo libere noi, siamo in grado di non imprigionare gli altri, se siamo imprigionate noi, vogliamo anche incatenare gli altri. 

Quanto ad Armine, ho letto di tutto. Dal fatto che Gucci abbia fatto una operazione di marketing al fatto che stia cercando di promuovere uno stile queer, tutte ipotesi senz’altro ragionevoli che non escludono il fatto che se avesse voluto fare un ‘esperimento sociale’ sul pensiero femminile, di certo si sarà profondamente divertito per le contraddizioni che sono emerse. 

Per me l’importante non è affermare che Armine sia bella o brutta, ma riconoscere quanto siamo abitualmente condizionati da una idea della bellezza che sa essere talmente rigida da impedirci spesso di vedere il diverso come altrettanto bello, soltanto perché non rispecchia i nostri canoni. 

E per far comprendere meglio il mio pensiero, ho deciso di chiamare in aiuto la psicoterapeuta Clarissa Pinkola Estes che nel suo libro ‘ Donne che corrono con i lupi’, a un certo punto parla proprio della necessità delle donne di riprendere possesso del proprio corpo e di ritrovare il proprio corpo selvaggio. 

Lascio a lei quindi il compito di trasmettere il mio pensiero che più che sulla bellezza del corpo in senso stretto, vuole essere un pensiero sulla potenza del corpo femminile e sul nostro incommensurabile diritto di trattarlo come soggetto e non oggetto, compreso l’impegno che ciascuna di noi deve prendersi affinché anche dagli altri venga trattato e riconosciuto come tale. 

” Una volta con un’amica eseguimmo in tandem una narrazione intitolata ‘conversazione corporale’ sulla scoperta delle ancestrali benedizioni dei nostri amici e parenti. 

Opalanga è una griot afroamericana, altissima, come un giunco, e altrettanto snella. Io sono una mexicana, fabbricata vicina alla terra, e ho un corpo stravagante. 

Oltre a essere oggetto di scherno per la sua altezza, Opalanga da piccola, spesso, si sentì ripetere che lo spazio tra gli incisivi era il segno che era una bugiarda. A me dicevano che la forma e le dimensioni del corpo erano segni di inferiorità e di mancanza di autocontrollo. 

Nella nostra narrazione congiunta sul corpo, parlavamo delle pietre e       delle frecce che ci hanno colpito nella vita, perché secondo i grandi              ‘ loro’, i nostri corpi non erano abbastanza questo oppure troppo quell’altro. ”

” Essere considerate brutte o inaccettabili perché la propria bellezza non si adegua alla moda del momento, umilia profondamente la naturale gioia che appartiene alla natura selvaggia. …E ciò non significa scartare ciò che è considerato bello da un segmento della cultura, ma disegnare un più ampio cerchio capace di abbracciare tutte le forme della bellezza, della forma e della funzione. ”

” I giudizi severi e perentori sulla accettabilità del corpo creano una nazione di ragazze alte ingobbite, di donne basse sui trampoli, di donne formose vestite a lutto, di donne magrissime che cercano di gonfiarsi come rane e di varie altre donne che non abbandonano il proprio nascondiglio. Distruggere l’istintiva affiliazione di una donna con il suo corpo naturale la froda della fiducia e la induce a perseverare nel dubbio se è una brava persona o no, e a basare la stima di sé su come appare e non su quel che è.”

” …vidi una donna nuda intorno ai 35 anni. Aveva i seni svuotati dall’allattamento, il ventre striato dalle gravidanze e dai parti. Vidi la potenza nei suoi fianchi. Vidi quanto mi avevano insegnato a ignorare, la possenza di un corpo femminile quando è animato da dentro. ”

” In questa luce, la donna selvaggia può indagare sulla numinosità del suo corpo e comprendere che non è un fardello che siamo condannate a portare tutta la vita, né un animale da soma che ci conduce in giro, ma una serie di porte e di sogni e di poesie con cui apprendere e conoscere”

( Da: Donne che corrono con il lupi, Il corpo gioioso, Clarissa Pinkola Estes)

 

 

 

 

 

 

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