Chi sono

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Sono una mamma e a un certo punto della mia vita ho deciso di cambiare lavoro. Non l’ho fatto perché non lo amavo, anzi. Ho passione per lo studio e il genere umano. Ho passione per l’aiuto agli altri, ma quello che facevo ultimamente mi stava stretto. Come quando metti su qualche kilo e quel vestito bellissimo che hai nell’armadio, per quanto ti piaccia tantissimo, sei costretta a metterlo da parte e ad acquistarne uno nuovo. L’ho fatto perché la nascita di un figlio cambia completamente le priorità che una persona può avere delineato nella propria vita e rimodella, dal mio punto di vista, in maniera molto diversa, il tuo modo di essere e di voler essere. Cambia chi sei tu, cambiano le percezioni che hai della vita e del mondo, cambia il modo di vivere che fino ad allora hai condotto e non solo esternamente, in quanto a gestione domestica e tempi, ma soprattutto interiormente se ti lasci stravolgere da questo cambiamento e lo vivi come una tappa di evoluzione fondamentale della tua persona prima che della tua vita.

Decidere di riversare nel web, attraverso un blog e la rete, le proprie competenze, trasformando in un lavoro le proprie passioni, nonostante sia una cosa che moltissime persone facciano e anche bene, nonostante anche le statistiche dicano che in modo particolare le donne e proprio per una necessità di conciliazione tra lavoro e famiglia lo scelgano come ambiente di lavoro, risulta ancora nella nostra società una scelta che fa discutere. Vi sono molte resistenze a riguardo. Sembra sempre insomma che se lavori in rete non fai nulla. Ti dai al cazzeggio.

Qualsiasi mestiere vale più del contributo che tu puoi dare alla società, e del lavoro che fai. La cultura non viene riconosciuta come un apporto alla crescita sociale importante né viene considerato un lavoro produrre cultura di contenuto, anche se ti porta a trascorrere ore su un libro per studiare e uno schermo per scrivere; fare cultura viene percepito come ozio ricreativo, in senso dispregiativo ( visto che in origine otium era tutt’altro che un concetto negativo!) Questo, credo, sia dovuto a diversi fattori: da una parte inseguire i propri sogni nella nostra società, corrisponde a essere un incrocio tra uno che vive tra le nuvole e un ingenuo senza terra sotto i piedi, perché bisogna assolutamente stare con i piedi per terra e questa formula che la maggior parte della gente ha in bocca non corrisponde a unire passione, creatività a una buona azione di marketing, ma al contrario corrisponde soltanto a un cinismo pungente che punta a ucciderti qualsiasi sogno tu possa portare in grembo, perché a detta loro, siccome non corrisponde alle LORO aspettative o schemi, allora non è possibile. Tu devi dire per forza che vuoi lavorare in una azienda o in un ospedale, che punti a un impiego fisso, altrimenti non sei per loro che una specie di idealista priva di contatto con la realtà, priva di credibilità.

Ricordo che tra le frasi che più spesso si sentono dire dai vecchi c’è questa: ” nella vita devi studiare, perché così non dovrai lavorare come me come l’ operaio”. Quante volte avremo sentito associata questa frase o qualcosa di simile, all’idea che studiando una persona diventa abile a costruirsi il lavoro che vuole e non quello che è costretto a fare per necessità? Eppure, quando qualcuno lo fa o prova a farlo, invece che essere aiutato e sostenuto, generalmente viene additato come il diverso e viene ostacolato e denigrato così insistentemente che tutto sembra più una prova per vedere se desiste che non un insieme di critiche costruttive per aiutarlo a fiorire e a centrare l’obiettivo.

Non c’è niente di meno tangibile, remunerato, considerato e svilito nel valore che svolgere un mestiere che sia legato alla cultura e a un utilizzo più della testa e del pensiero, che della materialità o del lavoro manuale. A meno che tu non sia famoso. Eh beh, se sei famoso, allora puoi anche essere un deficiente, ma va bene anche fare l’opinionista o il blogger perché hai fatto fortuna. La profonda ignoranza che anche nel 2018 riesce spesso a campeggiare nel nostro paese svilisce per partito preso ciò che non è subito produttivo, che non fa una valangata di denaro, che non si infila nell’immediato nel portafoglio.

Molte persone credono che essere blogger non richieda impegno, preparazione e lavoro duro. Non credono che tramutare il web nel tuo ufficio comporti l’esercizio di una fatica importante tanto quanto svolgere un altro lavoro. Una fatica diversa, ma che merita lo stesso rispetto. Non si coglie che leggere, scrivere, richiedono concentrazione e attenzione, e che a meno che una persona non si improvvisi, dietro a tante righe che uno scrive, ve ne sono almeno l’x quintuplo di conoscenze acquisite, di studio e di elaborazione del proprio pensiero. Vero è anche che, c’è chi si sente blogger solo perché lo scrive sulla sua pagina Facebook senza neanche averlo un blog, insultando così un mestiere dietro a cui, come per tutti gli altri, non vi è affatto solo apparenza, ma ingegno, creatività, voglia di fare, voglia di migliorare se stessi e la società, voglia di dare un contributo con quello che si sa fare. Coscienti che essere soddisfatti ed avere successo o risultati non deve corrispondere per forza ad emulare Chiara Ferragni.

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Comunque, tutto questo era per dirvi che, se avete un sogno lo dovete inseguire e invece che defenestrare il vostro sogno, defenestrate chi ve lo vuole uccidere. E poi lavorate duro per fare quello che vi piace fare e cercate di ottenere il meglio con quello che sapete fare, in base ai vostri obiettivi.

Questo tipo di attività, al contrario di quanto superficialmente si possa credere, non poggia su successi facili. Non basta avere una vetrina per essere credibili. Perciò più che alla vetrina pensate alla sostanza. Più che all’apparire, pensate al contenuto e alla passione che lo regge.

Io per ora, mi metto alla finestra. Dopo tanti anni di elaborazione e strutturazione di quello che volevo fare. C’è sempre dietro a quello che si fa una originaria visione senza la quale non sapremmo dove andare. Dalla visione si passa poi a piccoli passi all’esecuzione e alla realizzazione fino a che non si arriva al compimento. Né più né meno come un bambino. Lo immagino, lo concepisco, nasce.

Grazie per l’attenzione che vorrete darmi.

Michela Diani

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